Nuove intese con riguardo alla assegnazione della casa familiare

Prima di approfondire l’argomento che verrà diffusamente trattato nel presente contributo, è quanto mai opportuna una breve e sintetica premessa, riguardante l’assegnazione della casa familiare, che può essere oggetto di una eventuale intesa tra i coniugi in caso di separazione o di divorzio.

Uno dei punti più aspri del possibile conflitto tra i coniugi riguarda, di sicuro, l’assegnazione della casa coniugale (1) (o familiare, che dir si voglia), che, a ben riflettere, è il simbolo stesso del matrimonio e della realizzazione di un progetto comune. Il Giudice, di norma, adotta il provvedimento più opportuno ad assicurare al residuo nucleo familiare – ossia al coniuge affidatario ed agli eventuali figli – la conservazione del medesimo ambiente di vita domestica goduto in costanza di matrimonio(2).

Ogni volta, però, vengono a scontrarsi esigenze diverse: da un lato, quella del coniuge non proprietario, che vorrebbe, comunque, continuare ad abitare nella casa che è centro dei suoi affetti; dall’altro, quella del coniuge proprietario, il quale vorrebbe veder tutelato, innanzitutto, il suo diritto di proprietà.

Giova sottolineare, inoltre, che l’assegnazione della casa coniugale (3) da parte del Giudice è finalizzata a preservare la continuità delle abitudini domestiche nell’immobile costituente l’habitat familiare ed ha lo scopo di proteggere i figli (qualora ci siano) dal possibile trauma di essere costretti a trasferirsi ed a vivere lontano dal luogo dove – fino a quel momento – hanno condotto la loro esistenza[4].

Per quanto sopra riferito, il criterio preferenziale per l’assegnazione ed il successivo godimento della casa coniugale è, in primo luogo, la tutela della prole, anche se, secondo alcuni giudici, l’assegnazione della casa familiare deve rappresentare non solo uno strumento di garanzia e di tutela dei figli, ma anche un modo per proteggere il coniuge “debole”, che non abbia un reddito adeguato[5].

Segnaliamo, inoltre, che quando la situazione concreta lo consente – per esempio, l’immobile è molto grande, oppure è dislocato su diversi piani –, purché non vi sia tra i coniugi una insanabile conflittualità, i giudici hanno ammesso l’assegnazione parziale della casa familiare. Nelle fattispecie testé descritte, l’immobile de quo è stato ripartito tra gli ex coniugi, oppure diviso in due separate unità abitative, col fine principale di consentire ai figli minori di mantenere rapporti significativi e paritari con entrambi i genitori ai quali sono affidati.

Per quanto riguarda, infine, la revoca del provvedimento di assegnazione, il diritto di godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario solitamente vene meno quando l’assegnatario non abita, o cessa di abitare stabilmente, nella casa coniugale, oppure conviva o contragga nuovo matrimonio.

Ebbene, fatta questa doverosa – quanto mai opportuna – premessa, in tema di “nuove” intese tra i coniugi sull’assegnazione della casa familiare, segnaliamo che il Tribunale Civile di Varese, con un provvedimento di carattere estremamente innovativo e che ha fatto molto discutere – id est, il decreto n. 158/2013 –, ha omologato la separazione consensuale di due coniugi, che avevano concordato l’affido congiunto dei figli minori ad entrambi i genitori, con il collocamento della prole presso la casa familiare e la turnazione, settimanale, della madre e del padre[6].

In particolare, nella settimana in cui non sono “di turno”[7], padre e madre possono restare a casa propria: come evidente, questa soluzione consente ai genitori, dopo la separazione, di vivere anche in un monolocale, considerato che, nei giorni in cui dovranno prendersi cura dei figli, ed avranno bisogno di maggiore spazio, soggiorneranno presso l’abitazione coniugale. Ma vi è di più: il legislatore, infatti, permette ai coniugi di conservare la residenza nella ex abitazione coniugale.

Tale decreto costituisce una delle poche applicazioni – probabilmente perché, in concreto, difficilmente applicabile – dell’istituto del cosiddetto affidamento alternato[8], disposto in seguito ad una intesa tra le parti, il quale prevede che il figlio, rimanendo nell’ambiente domestico nel quale è cresciuto e conservando le proprie abitudini ed i propri interessi, venga affidato ad un genitore, per un certo periodo di tempo, ed all’altro nel lasso di tempo successivo e così via.

Le decisioni dei giudici di merito testé richiamate hanno fatto e, sicuramente, faranno nuovamente discutere: da un lato, vi è chi plaude ad una scelta che tutela, prevalentemente se non esclusivamente, i figli – troppe volte trasformati in una sorta di “plico postale” che viaggia da un genitore all’atro – dall’altra, vi è chi, invece, si preoccupa della quotidianità dei genitori.

Staremo a vedere.

(1) Il legislatore non ha fornito una definizione di casa “coniugale”, nonostante tale termine sia dallo stesso sovente utilizzato. I giudici, in particolare, distinguono due significati: (i) la casa intesa come il bene immobile in cui si è svolta la vita coniugale e familiare; (ii) il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, inteso in senso psicologico come nucleo domestico. La normativa relativa all’assegnazione della casa coniugale, come evidente, si riferisce a questa seconda interpretazione.

 

(2) Segnaliamo che lo stesso discorso vale anche per le coppie di fatto, dalla cui convivenza siano nati dei figli. L’attribuzione giudiziale del diritto di abitare nella casa familiare, in favore del convivente al quale vengano affidati i figli, è da ritenersi possibile per effetto della sentenza n. 166/98 della Corte Costituzionale, che fa leva sul principio di responsabilità genitoriale, presente nell’ordinamento e disciplinato dall’art. 316 cod. civ., in correlazione con l’art. 30 della Costituzione (che sancisce il diritto e il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio).

 

(3) Le principali caratteristiche della casa coniugale o “familiare”, oggetto, tra gli altri, del provvedimento del Giudice sono: l’abitualità, la stabilità e la continuità nel godimento dell’immobile. Di conseguenza, oggetto di assegnazione è solo quell’immobile che sia stato centro di aggregazione durante la convivenza (escludendo, quindi, seconde case, od altri immobili dei quali i coniugi potevano avere, eventualmente, la disponibilità) e che comprende anche tutto il complesso di beni mobili, arredi, suppellettili ed attrezzature, ed  è orientato ad assicurare le esigenze della famiglia.

 

[4] In caso di separazione, si dice che “la casa segue i figli”. Ciò vuol dire che l’assegnazione della casa familiare è finalizzata all’esclusiva tutela di questi ultimi e del loro interesse a continuare a vivere nell’ambiente domestico, che è il centro degli affetti e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare.

 

[5] Altri giudici, in prevalenza e più di recente, però, ammettono l’assegnazione della casa di famiglia solo in presenza di figli minorenni, o maggiorenni conviventi, purché non siano economicamente autosufficienti, indipendentemente dal fatto che la casa sia di proprietà esclusiva di uno solo dei coniugi o in comproprietà. Sottolineiamo, altresì, che solo quando i figli diventano autosufficienti (e maggiorenni) il provvedimento di assegnazione della casa familiare può essere revocato, in quanto quest’ultimo è suscettibile di modifica al variare delle condizioni dei coniugi o dei figli.

 

[6] Sebbene il summenzionato decreto del Tribunale di Varese sia recentemente passato agli onori della cronaca, tempo addietro, in realtà, è stato il Presidente del Tribunale dei minorenni di Trieste, Dott. Paolo Sceusa, che – primo caso in Italia – con una sentenza “pilota” del 29 febbraio 2012, ha scelto l’affidamento alternato, assegnando la casa alla figlia di poco più di quattro anni, e stabilendo che i genitori, a turno e per una settimana ciascuno, si prendano cura di lei.

Con l’unica differenza che, in questo caso, non vi era alcun accordo tra le parti e non si trattava di una separazione consensuale con relativo provvedimento di omologa. Nello specifico, il Tribunale ha disposto che “la minore venga collocata presso l’abitazione di proprietà e – si legge nelle disposizioni che hanno avuto effetto immediato ed esecutivo – affidata in modo condiviso ad entrambi i genitori, i quali, limitatamente alle decisioni di ordinaria amministrazione ed al tempo in cui la figlia è con ciascuno di essi, eserciteranno la podestà separatamente”.

 

[7] Nel provvedimento citato è, altresì, previsto che: “Ognuno dei genitori eserciterà l’ordinaria amministrazione nel periodo di competenza, mentre dovranno essere adottate congiuntamente le scelte principali, come quella in campo scolastico, sanitario e religioso, e, comunque rilevanti per la crescita dei figli”. Ma non solo: madre e padre, poi, si divideranno gli eventuali assegni familiari, nonché le spese del mutuo per la casa e le spese straordinarie (cfr. Decreto n. 158/2013 del Tribunale di Varese, Sez. I, in Pluris, Banca dati giuridica).

[8] Negli ultimi anni, ad adottare provvedimenti dal contenuto simile e precursori di quelli richiamati, sono stati, autonomamente e senza che vi fosse alcun accordo tra le parti, il Tribunale dei minorenni di Milano (decreto del 4.6.2008), il Tribunale di Palermo (ordinanza del 27.3.2007) ed il Tribunale di Bologna (ordinanza del 15.2.2005). La soluzione del collocamento dei minori, con l’alternanza dei collocatari presso la casa familiare, tra l’altro, è stata avallata da gran parte della dottrina e dalla giurisprudenza di merito (cfr., ad es., G. Finocchiaro, Guida al Diritto, n. 11 del 2006).