Addio al tenore di vita nell’assegno divorzile

Con la Sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, la Sezione Prima Civile della Corte di Cassazione ha determinato nuovi parametri per il riconoscimento e la quantificazione dell’assegno divorzile[1].

Innanzitutto, è bene specificare che il suddetto assegno, prima di questa nuova pronuncia, veniva corrisposto da un ex coniuge all’altro, a cadenza periodica, con  finalità assistenziali nonchè (secondo il prevalente orientamento) di fargli mantenere lo stesso tenore di vita avuto in costanza di matrimonio.

Tale diritto poteva venir meno solo nelle ipotesi in cui il beneficiario contraeva nuovo matrimonio o raggiungeva una autonomia economica sufficientemente adeguata oppure l’obbligato veniva dichiarato fallito.

La sentenza in commento interviene sul tema stravolgendo quanto la Cassazione aveva stabilito negli ultimi ventisette anni. Infatti, se nel 1990 le Sezioni Unite con le sentenze n. 11490 e 11492 riconoscevano il diritto all’assegno di divorzio prendendo come parametro di riferimento il <<tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio>>, oggi tale orientamento viene considerato non più attuale, in quanto la conservazione del tenore di vita matrimoniale non è più configurabile come un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge[2].

Il nuovo parametro di riferimento deve, quindi, essere ricercato nel raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è economicamente indipendente o è potenzialmente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Prima applicazione pratica di questo nuovo principio, si rinviene nell’Ordinanza presidenziale della IX Sezione del Tribunale di Milano, emessa il 22 maggio 2017 (presidente f.f. Buffone) con la quale, in pratica, confermata l’inutilizzabilità del concetto del “tenore di vita”, ci si è soffermati sul concetto dell’”indipendenza economica” normativamente paragonabile al criterio della “autosufficienza economica” applicabile, per il riconoscimento ai figli maggiorenni, non autonomi economicamente, di un assegno in loro favore. In seguito, la pronuncia del Foro Milanese ha fissato un criterio ulteriore, finalizzato ad individuare il riferimento numerico dell’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente, adottando come “parametro (non esclusivo) di riferimento quello rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo la legge dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato – soglia che ad oggi è di 11.528,41 euro annui ossia mille euro mensili“.

Tale nuovo parametro rispetta le statuizioni della Cassazione ed è stato introdotto prendendo come riferimento l’art. 337septies, primo comma, cod. civ.[3], in tema di assegno di mantenimento in favore dei figli maggiorenni e applicato per analogia all’assegno di divorzio. Principi comuni per il riconoscimento di tale diritto vengono pertanto ritenuti:

  • l’adeguatezza dei mezzi;
  • l’indipendenza economica;
  • l’autoresponsabilità economica.

Soprattutto a quest’ultimo principio, già ormai da tempo consolidato in molti ordinamenti europei, la Suprema Corte si è ispirata nel dichiarare che il divorzio <<è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà delle persone ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi delle relative conseguenze economiche>>.

L’assegno divorzile deve, quindi, avere natura esclusivamente assistenziale ed il giudice di merito, nella prima fase di accertamento dei requisiti per il riconoscimento o meno del diritto in questione (mancanza di <<mezzi adeguati>> o comunque impossibilità <<di procurarseli per ragioni oggettive>>), deve prendere come riferimento i seguenti indici rilevatori:

  • il possesso di redditi di qualsiasi specie;
  • il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari;
  • le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;
  • la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Solo una volta riconosciuto tale diritto, il Giudice di merito può quantificare il trattamento spettante tenendo conto di tutti gli elementi indicati dall’art. 5, comma 6 della Legge n. 898 del 1970, ossia:

  • condizioni reddituali degli ex coniugi;
  • contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;

Infine, deve valutare tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

marcopola@npassociati.com           

[1] L’art. 5, comma 6 della Legge n. 898 del 1970 così recita: Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

[2] Per la Corte di Cassazione, infatti, beneficiare dell’assegno di divorzio potrebbe anche produrre l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, traducendosi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare.

[3]  L’art. 337septies, primo comma cod. civ., così recita: “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.