Istanza per revisione o annullamento dell’assegno divorzile

Con il presente contributo intendiamo fornire utili informazioni con riguardo all’istanza di modifica dell’ assegno divorzile, alla luce della rivoluzionaria pronuncia della Cassazione del 3 maggio 2017.

L’ assegno di divorzio, previsto dall’art. 5 della Legge n. 898/1970, veniva corrisposto, come precisato anche dalle Sezioni Unite nel 1990 con le sentenze n. 11490 e 11492, per consentire al coniuge economicamente più debole il “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio.”

La modifica dell’importo dell’ assegno divorzile, dopo la separazione, prevista dalla Legge n. 898/1970 art. 9 comma 1[1], pertanto, trovava giustificazione solo nel caso di nuovo matrimonio del coniuge beneficiario dell’ assegno, o nel caso di raggiungimento di un’autonomia economica sufficientemente adeguata di quest’ultimo.[2]

Questo perlomeno è stato l’orientamento costante e granitico della Giurisprudenza sul tema, negli ultimi 27 anni, almeno fino alla rivoluzionaria pronuncia della Corte di Cassazione[3] del 3 maggio 2017, che ha eliminato il parametro del tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio ai fini del riconoscimento e della quantificazione dell’ assegno di divorzio ( già oggetto di disamina nel nostro articolo “Addio al tenore di vita nell’assegno divorzile”).

Questa innovativa pronuncia trae origine dalla controversia successiva al divorzio tra Vittorio Grilli (ex ministro dell’economia) e l’imprenditrice Lisa Lowenstein. Quest’ultima, infatti, vedendosi negato il diritto all’ assegno divorzile in appello, era ricorsa in Cassazione, ottenendo, tuttavia, un rigetto totale delle proprie richieste, considerate dalla Corte non meritevoli di interesse giuridico rilevante.

Come osservato dalla Suprema Corte, infatti, il divorzio recide in modo permanente il rapporto di coniugio (a differenza della separazione); in considerazione di ciò, il permanere di un’obbligazione a carico di un soggetto, nei confronti dell’ormai ex coniuge, risulta in contrasto con l’istituto giuridico stesso del divorzio, tramutandosi in un’indebita ultrattività del vincolo matrimoniale, almeno dal punto di vista economico. Non sussiste, e non può più sussistere, in quanto ormai del tutto anacronistico, un interesse giuridicamente rilevante al mantenimento del tenore di vita, che rischia di ridurre l’istituto del matrimonio ad una “sistemazione per la vita” del coniuge più debole da un punto di vista economico.

Il “nuovo” assegno divorzile, quindi, tiene conto di parametri ed indici rivoluzionari, vale a dire la capacità per una determinata persona, adulta e sana, di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali). Questo, concretamente, vuol dire che una persona con un reddito di almeno 1.000,00 Euro mensili, può vedersi negato il diritto all’ assegno divorzile[4].

Infatti, secondo i nuovi parametri indicati dalla Corte, chi voglia presentare istanza di revisione (odi annullamento) dell’ assegno di divorzio, deve provare in giudizio l’autosufficienza dell’ex coniuge, secondo quattro indici valutativi: i) i redditi a qualsiasi titolo percepiti; ii) i cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari; iii) la capacità, o comunque le possibilità effettive di svolgimento di un lavoro; iv) la disponibilità – in senso stabile – di una casa ad uso abitazione.

Questo nuovo orientamento, quindi, valorizza la natura dell’ assegno divorzile quale puramente assistenziale, e non più lo strumento volto ad ottenere rendite, secondo alcuni, “parassitarie” a vita.

Come si potrà facilmente intuire, dopo la citata sentenza della Cassazione, i ricorsi per la revisione degli assegni di divorzio sono stati numerosi, con celebri accoglimenti, che sanciscono una volta per tutte il “nuovo” principio di auto responsabilità ed auto determinazione nella scelta di sposarsi, separarsi e, successivamente, divorziare.

Tra i risultati più “celebri” in questo senso, si annovera sicuramente l’istanza depositata da Silvio Berlusconi per l’annullamento dell’ assegno divorzile da lui versato in favore della ex moglie, pari ad 1,4 milioni di Euro al mese : la Corte d’Appello di Milano[5] ha accolto le richieste dell’ex Presidente del Consiglio, applicando l’innovativo principio sopra descritto, ed ha, quindi, annullato l’ assegno in favore della Signora Lario, condannandola altresì alla restituzione degli importi ricevuti a tale titolo a decorrere da marzo 2014 – data del divorzio –  in quanto indebitamente percepiti.

In data 27 luglio 2017 era stato presentato un progetto di legge diretto a modificare i parametri per la quantificazione dell’ assegno divorzile (ma, ormai, se ne dovrà eventualmente occupare la prossima legislatura), nell’ottica di porre dei principi base ordinatori della materia. Sembrerebbe, infatti, che l’orientamento si sia tramutato tout court da una corresponsione dell’assegno “sempre e comunque” ad un riconoscimento di un importo minimo all’ex coniuge che versi in uno stato di semi povertà, e quindi solo a titolo alimentare ed assistenziale. Dunque, senza alcun riferimento al caso concreto, quale – ad esempio- la rinuncia di uno dei coniugi ad avanzamenti di carriera per accudire la famiglia, pur potendosi rilevare che, in effetti, anche scelte di queste tipo sono inquadrabili nei principi di auto responsabilità ed auto determinazione che il nuovo orientamento vuole rendere basilari nella materia in oggetto, e che ritiene ormai consolidati a livello sociale.

Ad ogni modo, ad oggi, chi ritenga di voler agire in giudizio per la revisione o per l’annullamento dell’ assegno divorzile versato all’ex coniuge, ha sicuramente la strada più in discesa rispetto ad un tempo, potendo ricevere un accoglimento delle proprie richieste laddove dimostri che il ricevente assegno ha una capacità lavorativa effettiva, possiede redditi propri (anche solo di 1.000.00 euro mensili) ed eventualmente anche uno o più immobili, o se è comunque in grado di onorare un canone di locazione. In sostanza deve dimostrare che l’ex coniuge è in grado di mantenersi da sé o che potrebbe comunque attivarsi in tal senso.

La giurisprudenza sta pertanto applicando come parametro principale quello dell’indipendenza economica e ha totalmente cancellato il tenore di vita, e pare orientata verso la revoca dell’ assegno anche in situazioni in cui pur non essendo provata l’esistenza di mezzi adeguati per vivere, il coniuge beneficiario ha iniziato una convivenza stabile con un altro soggetto[6] o quando pur essendo formalmente disoccupato, è titolare di altre fonti di reddito.  Le pronunce di accoglimento alla domanda di riduzione dell’ assegno di divorzio, invece, in passato, si sono basate sul peggioramento oggettivo delle condizioni economiche dell’ex coniuge obbligato[7], o quando quest’ultimo ha avuto un figlio da una nuova compagna, in un’ottica di bilanciamento con i diritti acquisiti dal nuovo nucleo familiare.[8]

Oggi, invece, dopo la citata sentenza della Cassazione del 3 maggio 2017, nonché dopo il provvedimento del Tribunale di Milano del 22 maggio 2017, in caso di effettivo bisogno del coniuge più debole, laddove quest’ultimo non abbia redditi, e non sia per ragioni oggettive in grado di procurarseli, l’ assegno di mantenimento in sede divorzile verrà quantificato nella misura non superiore a € 1.000,00 mensili.

marcopola@npassociati.com

 

[1] “Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6.”

[2] Parametro che, di fatto, non è mai stato concretamente applicato.

[3] Corte di Cassazione Sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017

[4] Cfr. Ordinanza presidenziale della IX Sezione del Tribunale di Milano, emessa il 22 maggio 2017 (presidente f.f. Buffone) : l’importo è stato calcolato sulla parametro della Legge dello Stato che permette di accedere al gratuito patrocinio agli individui che non superino gli 11.528,41 Euro l’anno, vale a dire circa 1.000,00 Euro al mese.

[5] Corte d’Appello, Milano, sez. V civile, sentenza 16/11/2017 n° 4793

[6]Cass. Ordinanza 6009, 8 marzo 2017 : nel caso di specie, tra l’altro, non si trattava di convivenza more uxorio ma di “convivenza dovuta ad un’affettuosa amicizia

[7]Cass. Ordinanza 10787, 3 maggio 2017

[8]Cass. Sentenza 11438/2014