Modifica e revoca dell’assegno divorzile

L’art. 5 della legge n. 898/70 (Legge sul divorzio) prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni obiettive, tenendo conto delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.

A differenza di quanto accade nella separazione ove l’assegno di mantenimento ha la funzione di garantire al coniuge richiedente un tenore di vita corrispondente a quello che aveva durante il matrimonio, l’assegno divorzile ha una funzione “assistenziale”, spetta infatti al coniuge che non ha mezzi adeguati per mantenersi e non può procurarseli per “ragioni obbiettive”; i restanti parametri presi in considerazione dal citato art. 5 (vale a dire condizioni e reddito dei coniugi, ragioni della decisione, contributo alla formazione del patrimonio e durata del matrimonio) sono destinati unicamente ad incidere sul quantum dell’assegno divorzile.

La recente sentenza della Corte di Cassazione ha mutato l’orientamento precedente che riconosceva l’assegno divorzile in capo all’ex coniuge al fine di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio in quanto la conservazione del tenore di vita matrimoniale non è più configurabile come un interesse giuridicamente rilevante. L’assegno, quindi dovrà avere carattere assistenziale e non verrà riconosciuto nel caso in cui verrà accertata l’indipendenza economica del richiedente.

Per verificare quest’ultimo requisito, l’Ordinanza del 22 maggio 2017 del Tribunale di Milano ha utilizzato, in via non esclusiva, la soglia di ammissione al patrocinio a spese dello Stato: qualora il richiedente l’assegno divorzile dovesse godere di un reddito superiore ad € 11.528,41 risulterebbe economicamente indipendente o quantomeno potenzialmente autosufficiente.

In ogni caso, la determinazione dell’assegno divorzile fatta in sede di divorzio, può essere oggetto di revisione in presenza di precisi presupposti indicati dall’art. 9 della legge n. 898/70, il quale, al 1° comma, statuisce che «qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia la scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale (…) può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni (…) relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6».

Dalla disposizione citata, si rileva che i presupposti della revisione sono: i) i giustificati motivi; ii) la sopravvenienza di questi ultimi[1] rispetto alla sentenza di divorzio. Ne deriva che non sono rilevanti, per fondare un provvedimento di revisione, eventi antecedenti, nemmeno se il coniuge ne sia venuto a conoscenza solo successivamente.

Un ruolo centrale assume la nozione di “giustificati motivi”, che integrano l’ulteriore presupposto – oltre alla sopravvenienza -, per l’emanazione di un provvedimento di revisione dell’assegno di divorzio. Al riguardo, in termini generali, si può affermare che mentre il provvedimento di revisione può aumentare l’originaria determinazione dell’assegno di divorzio in ragione del deteriorarsi delle condizioni economiche del beneficiario o dell’aumento delle sue necessità, la revisione in peius potrà derivare dal miglioramento delle condizioni del beneficiario o da un peggioramento di quelle dell’onerato.

In relazione alla nozione di «giustificato motivo», viene genericamente ritenuto tale il mutamento sostanziale delle condizioni originarie del beneficiario e/o dell’obbligato; in altri termini, l’oggettiva variazione delle condizioni che il giudice aveva valutato al momento della determinazione dell’assegno divorzile.

Nel valutare i “giustificati motivi” bisognerà sempre considerare la natura assistenziale dell’assegno di divorzio. Si tratterà, pertanto, di accertare preventivamente se i motivi sopravvenuti siano tali da giustificare un provvedimento di revisione e, successivamente, se il beneficiario dell’assegno abbia acquistato, per effetto del miglioramento della situazione economica, la disponibilità di mezzi adeguati, vale a dire di mezzi idonei a permettere un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza bisogno di integrazioni ad opera dell’obbligato.

Particolarmente problematica è la possibilità di richiedere una revisione dell’assegno di divorzio in considerazione della riduzione del reddito del soggetto onerato a seguito di scelte volontarie dello stesso (nello specifico la scelta di cambiare la propria attività lavorativa[2]). Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che tali scelte sono comunque idonee ad integrare il giustificato motivo di riduzione o sospensione dell’assegno divorzile.

Un’ipotesi frequentemente portata quale giustificato motivo per l’ottenimento di un provvedimento di revisione dell’assegno divorzile, è quella della convivenza more uxorio intrapresa da uno degli ex coniugi. Si evidenzia, infatti, che l’art. 5 della Legge n. 898 del 1970 espressamente prevede che l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento cessa se l’avente diritto contrae nuovo matrimonio, nulla dice, invece, in relazione all’instaurata convivenza dello stesso.

Al riguardo la giurisprudenza maggioritaria ha ritenuto che l’assegno divorzile, non può essere negato per il fatto che il suo titolare abbia instaurato una convivenza more uxorio con altra persona, salvo che sussistano i presupposti per la revisione dell’assegno e cioè sia data la prova, da parte dell’ex coniuge onerato, che tale convivenza ha determinato un mutamento in melius delle condizioni economiche dell’avente diritto[3] – pur se non assistito da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto consolidato e protratte nel tempo –. Da segnalare, in ogni caso, un recente orientamento giurisprudenziale che considera la nuova convivenza more uxorio istaurata dall’avente diritto all’assegno, come condizione sufficiente a revocare l’assegno divorzile (equiparando la stessa, pertanto, all’ipotesi, contemplata all’art. 5 delle legge n. 898/70, ovvero del coniuge beneficiario che contrae nuovo matrimonio) senza la necessità che l’onerato dell’assegno debba fornire la prova del mutamento in melius delle condizioni patrimoniali dell’ex coniuge[4].

Si segnala, inoltre, che la giurisprudenza ha anche espresso il principio secondo il quale è consentito al coniuge divorziato di richiedere con la procedura della revisione delle condizioni, successivamente alla pronunzia di divorzio[5] e in presenza della sopravvenienza di giustificati motivi, la determinazione di un assegno divorzile precedentemente non fissato.

 

[1] Fondamento logico della norma è ravvisabile nel principio secondo cui il giudicato copre il dedotto ed il deducibile: da ciò deriva che, come sostenuto dalla miglior dottrina, la decisione giudiziale non può esser messa in discussione attraverso la deduzione in un secondo giudizio di questioni rilevanti ai fini dell’oggetto del primo giudicato e che sono state proposte (dedotto) o si sarebbero potute proporre (deducibile) nel corso del primo giudizio.

[2] Ed invero, la Corte ha accolto il ricorso di una donna che, avendo spontaneamente deciso di lavorare part-time, riducendo così il proprio reddito, chiedeva che tale scelta fosse riconosciuta, come “giustificato motivo” legittimante la modifica dei provvedimenti relativi ai contributi economici disposti in favore del coniuge economicamente più debole, ovvero dell’ex marito. La Corte ha accolto la domanda precisando che le scelte operate dall’ex coniuge in ordine all’oggetto e alle modalità di svolgimento della propria attività lavorativa, anche se non dettate da specifiche esigenze familiari o di salute, sono comunque di per sé pienamente legittime in quanto “costituiscono esplicazione di fondamentali diritti di libertà della persona, quali quelli di libera disponibilità delle proprie energie fisiche ed intellettive e di libera scelta dell’attività lavorativa” Cass. Civ. n. 5378, 11 marzo 2006.

[3] Cass. civ., n. 24056, 10/11/2006: “Il diritto all’assegno di divorzio, in linea di principio, non può essere automaticamente negato per il fatto che il suo titolare abbia instaurato una convivenza “more uxorio” con altra persona, influendo tale convivenza solo sulla misura dell’assegno, ove si dia la prova, da parte dell’ex coniuge onerato, che essa – pur se non assistita da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto consolidata e protraentesi nel tempo – influisca “in melius” sulle condizioni economiche dell’avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente, o quanto meno di apprezzabili risparmi di spesa derivatigli dalla convivenza. La dimostrazione del mutamento “in melius” delle condizioni economiche dell’avente diritto può essere data dall’onerato con ogni mezzo di prova, anche presuntiva, soprattutto con riferimento ai redditi e al tenore di vita della persona con la quale il titolare dell’assegno convive, i quali possono far presumere, secondo il prudente apprezzamento del giudice, che dalla convivenza “more uxorio” il titolare dell’assegno tragga benefici economici idonei a giustificare la revisione dell’assegno: benefici che, tuttavia, avendo natura intrinsecamente precaria, debbono ritenersi limitatamente incidenti su quella parte dell’assegno di divorzio che, in relazione alle condizioni economiche dell’avente diritto, sono destinati ad assicurargli quelle condizioni minime di autonomia economica giuridicamente garantita che l’art. 5 della legge sul divorzio ha inteso tutelare finchè questi non contragga un nuovo matrimonio”.

[4] Cass. civ., n. 17195, del’11/08/2011 (Conforme Corte d’Appello di Bologna, 8 marzo 2013): “L’instaurazione di una stabile e duratura convivenza more uxorio recide ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale ed esclude il presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso (la Corte, nella specie, ha così negato la corresponsione di assegno divorzile alla moglie, che aveva costituito con altra persona un nuovo nucleo familiare, dal quale era altresì nata prole)”.

[5] Cass. civ. n. 2339 del 2 febbraio 2006: “Se dopo la pronuncia del giudice del divorzio sopravvengono “giustificati motivi”, con riferimento alla valorizzazione delle variazioni patrimoniali intervenute successivamente al divorzio, la fissazione per la prima volta di un assegno divorzile può avvenire ai sensi dell’art. 9, e non dell’art. 5, della legge 1° dicembre 1970, n. 898”.