La separazione (consensuale e giudiziale)

Il diritto di ottenere la separazione spetta ad entrambi i coniugi, a prescindere dalla colpa (1) dell’uno o dell’altra, quando la prosecuzione della convivenza sia divenuta intollerabile (2) o sia idonea a recare gravi pregiudizi all’educazione della prole. Al venir meno della comunione materiale e spirituale dei coniugi o quando vi sia la volontà di entrambi o di uno solo di essi, i coniugi possono chiedere la separazione personale, consensuale o giudiziale (3), al Tribunale del luogo in cui risieda almeno uno dei due. Esiste poi una particolare forma di separazione da tenere ben distinta dalla separazione consensuale e giudiziale, definita “separazione di fatto” (4).
Si tenga presente che la separazione non pone fine al matrimonio, né fa venir meno lo status di coniuge (che sino al divorzio conservano reciproci diritti successori). Incide solo su alcuni effetti propri del matrimonio (scioglimento della comunione legale dei beni, cessazione degli obblighi di fedeltà e coabitazione). Altri effetti, invece, rimangono, ma sono disciplinati specificatamente (dovere di contribuire al mantenimento dei figli, mantenere il coniuge più debole, educare ed istruire la prole). La separazione, inoltre, a differenza del divorzio, ha carattere transitorio, tanto che è possibile riconciliarsi (5), senza alcuna formalità, facendo cessare gli effetti prodotti dalla stessa.

Separazione consensuale

Può essere richiesta dai coniugi solo se sussiste tra loro un accordo sia nel richiedere, con ricorso al Tribunale (6), la separazione, sia nelle modalità con cui verranno regolati i loro rapporti quando cessa la convivenza (l’affidamento dei figli, la loro dimora abituale, il diritto di visita del genitore col quale non coabitano, l’assegnazione della casa coniugale, il contributo al mantenimento dei figli o del coniuge economicamente più debole, le altre eventuali questioni economiche e patrimoniali).

Il Giudice, per poter pronunciare la separazione, deve svolgere una serie di verifiche aventi ad oggetto la legittimità della separazione, vale a dire l’esistenza e la validità del consenso prestato dai coniugi all’accordo di separazione e la compatibilità delle condizioni con la legge e con i principi di ordine pubblico; al positivo esito di tali verifiche, la separazione consensuale acquista efficacia con l’omologazione (7) da parte del Tribunale.

Separazione giudiziale

Se i coniugi non raggiungono un accordo sulle condizioni della separazione, sarà necessario instaurare un vero e proprio procedimento in contenzioso tra i coniugi (8), che può essere richiesto anche da uno solo dei coniugi, con l’eventuale addebito (9) a carico di colui che ha determinato il fallimento del matrimonio.

Proposto il ricorso, i coniugi si presentano avanti al Presidente del Tribunale il quale deve sentire i due coniugi uno alla volta e poi entrambi insieme (ma sono ammesse prassi differenti), al fine di tentare una conciliazione. Se l’accordo è raggiunto, il Presidente redige il processo verbale della conciliazione.

Viceversa, il Presidente, sentite le parti, pronuncia i provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse della prole e dei coniugi, nomina il giudice istruttore e fissa la data dell’udienza di comparizione e trattazione davanti a questi. Il Presidente assegna, altresì, termine al ricorrente per depositare una memoria integrativa e termine al convenuto per costituirsi in giudizio e per proporre le sue eccezioni.
Successivamente, il procedimento si svolge davanti al giudice istruttore, e si conclude con una sentenza definitiva (10).
Le sentenze di separazione giudiziale o di omologazione di separazione consensuale devono essere annottate negli atti del matrimonio (11).

Nel caso di separazione, la comunione tra i coniugi si scoglie nel momento in cui il presidente del Tribunale autorizza i coniugi a vivere separati12.


(1) – È possibile che i coniugi si separino perché avvenimenti esterni si frappongono alla coppia, perché sopraggiungono circostanze non previste, né prevedibili, al momento della celebrazione del matrimonio, perché ci si rende conto dell’esistenza di un’incompatibilità caratteriale insuperabile e, in generale, per tutti quei fatti che, usando l’espressione del legislatore, “rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole” (art. 151, 1°co. c.c.). Al riguardo, si veda Cass. civ. Sez. I, 14-02-2007, n. 3356: “L’art. 151 cod. civ., nel testo vigente, prevede che la separazione giudiziale possa essere chiesta quando si verifichino, “anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. La norma, innovativa del precedente regime della separazione – nel quale la separazione poteva essere richiesta solo in relazione a fattispecie tipiche, evidenzianti una colpa dell’altro coniuge, e solo dal coniuge incolpevole – è manifestazione di una concezione del matrimonio e della famiglia che, dal tempo dell’emanazione del codice civile, si era andata modificando, rendendone necessaria la riforma. La possibilità attribuita a ciascun coniuge, a prescindere dalle responsabilità o dalle colpe nel fallimento del matrimonio, di richiedere la separazione, ne ha eliminato il carattere sanzionatorio ed ha modificato la posizione giuridica dei coniugi in relazione alla continuazione del rapporto quando l’affectio coniugalis sia venuta meno”.

(2) – L’art. 151 Cod. civ. prevede che “la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole”.
Infatti, una convivenza intollerabile costituisce un limite all’esplicazione della personalità di uno dei coniugi, in quella società naturale costituita dalla famiglia. Si veda al riguardo Cassazione civile, sez. I, sentenza 09.10.2007 n. 21099 : “1’art. 151 cod. civ., nel testo vigente, prevede che la separazione giudiziale possa essere chiesta quando si verifichino, “anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. La formula adottata nel nuovo testo si è prestata a un’interpretazione di natura strettamente oggettivistica, che fonda il diritto alla separazione sull’accertamento di fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della convivenza coniugale. Ma si presta anche a un’interpretazione aperta a valorizzare elementi di carattere soggettivo, costituendo la “intollerabilità” un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi. Questa Corte, partendo da una interpretazione prevalentemente oggettivistica della norma, alla quale ha ancorato il controllo giurisdizionale sulla “intollerabilità” della prosecuzione della convivenza (Cass. 1997, n. 6566; 7 dicembre 1994, n. 10512; 10 gennaio 1986, n. 67; 21 febbraio 1983, n. 1304), ha pe¬raltro già avuto modo di affermare (Cass. 10 giugno 1992, n. 7148) che, pur dovendo, ai sensi del novellato art. 151 cod. civ., la separazione dei coniugi trovare causa e giustificazione in situazioni di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabili e giuridicamente controllabili, per la sua pronuncia non è necessario che sussista una situazione di conflitto ri¬conducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale di una sola delle parti.”

(3) Art. 150 Cod. civ. “Separazione personale – E’ ammessa la separazione personale dei coniugi. La separazione può essere giudiziale o consensuale. Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.”

Art. 151 Cod. civ. “Separazione giudiziale – La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.”

Art. 706 Cod. proc. civ. “Forma della domanda – La domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio, con ricorso che deve contenere l’esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. Il presidente, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data dell’udienza di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve essere tenuta entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto, ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Al ricorso e alla memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi presentate. Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli legittimi, legittimati o adottati da entrambi i coniugi durante il matrimonio.”

(4) – Abbiamo visto che la fondamentale distinzione all’interno dell’istituto della separazione è quella che contrappone la separazione giudiziale e quella consensuale. La “separazione di fatto” costituisce una modalità più agevole e rapida per manifestare l’esistenza di una crisi e consiste nell’effettiva interruzione, da parte di uno o di entrambi i coniugi, del proprio apporto psicologico e/o patrimoniale alla famiglia. Il modo più comune di porla in essere è attraverso il dichiarato abbandono del tetto coniugale da parte di almeno uno dei due e l’eventuale accordo circa un sostegno economico alla parte meno agiata. Questa forma di separazione non solo non costituisce valido presupposto per far iniziare a decorrere il termine di tre anni per ottenere il divorzio, ma non produce alcun effetto giuridico, dal momento che il Codice civile non prevede una disciplina in tal senso. La separazione “di fatto”, tuttavia, è presa in considerazione da alcune normative settoriali, come quella in tema di successione nel contratto di locazione o quella che la indica come una delle cause ostative all’adozione.

(5) – Art. 154 Cod. Civ. “Riconciliazione – La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione già proposta”.
Nulla impedisce ai coniugi separati di far cessare la separazione con la riconciliazione.
Cass. civ. Sez. III, Sent., 26-08-2013, n. 19541: “la riconciliazione successiva al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, ai sensi dell’art. 157 cod. civ., determina la cessazione degli effetti della precedente separazione, con caducazione del provvedimento di omologazione, a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale, propria delle vita coniugale. Ne deriva che, in caso di una successiva separazione, occorre una nuova regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi in virtù di un ulteriore provvedimento ed il giudice, in tale ipotesi, dovrà procedere ad una nuova valutazione della situazione economico-patrimoniale dei coniugi tenendo conto delle eventuali sopravvenienze e quindi – anche delle disponibilità acquisite per effetto della precedente separazione”.
Per rendere formale la riconciliazione, oltre all’accertamento giudiziario, i coniugi possono recarsi al Comune di appartenenza per rilasciare un’apposita dichiarazione.
Nella pratica non sono stati considerati sufficienti a realizzare la riconciliazione:

• la consuetudine dei coniugi di riunirsi durante i fine settimana o in occasione delle vacanze
• l’assistenza prestata al coniuge separato malato con visite giornaliere
• la coabitazione nella stessa casa
• la corresponsione di somme al coniuge separato
• le visite agli amici comuni.

Viceversa, sono stati considerati sufficienti a realizzare la riconciliazione:

• la ripresa continuativa della convivenza in una nuova abitazione con l’esecuzione di lavori di ristrutturazione
• la ripresa continuativa della convivenza con ricevimento di amici e parenti e festeggiamento dell’anniversario di matrimonio.

(6) – Art. 711 Cod. proc. civ. “Separazione consensuale: Nel caso di separazione consensuale previsto nell’articolo 158 del codice civile, il presidente, su ricorso di entrambi i coniugi, deve sentirli nel giorno da lui stabilito e procurare di conciliarli nel modo indicato nell’articolo 708 (1).
Se il ricorso è presentato da uno solo dei coniugi, si applica l’articolo 706 ultimo comma.
Se la conciliazione non riesce, si dà atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole.
La separazione consensuale acquista efficacia con la omologazione del Tribunale, il quale provvede in camera di consiglio su relazione del presidente.
Le condizioni della separazione consensuale sono modificabili a norma dell’articolo precedente.”
(1) Comma così modificato dall’articolo unico r.d. 20.4.1942, n. 504.

Quanto alla disciplina del procedimento di omologazione della separazione consensuale, è necessario ricorrere all’applicazione di alcune norme relative alla separazione giudiziale, per quanto compatibili. La domanda si propone con ricorso che obbliga il Presidente del Tribunale a fissare con decreto, entro cinque giorni dal deposito in cancelleria, il giorno della data di comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione. I coniugi sono obbligati a comparire personalmente davanti al Presidente. All’udienza di comparizione il Presidente deve sentire i coniugi, prima separatamente poi congiuntamente, tentando la conciliazione. Se quest’ultima riesce il Presidente fa redigere il verbale di conciliazione, se non riesce fa verbalizzare la volontà dei coniugi di separarsi e le condizioni relative ai coniugi e alla prole. Esaurita la fase presidenziale, il tribunale decide in merito all’omologazione in camera di consiglio e, ottenuto il parere del P.M., se ritiene le condizioni concordate dai coniugi legittime e conformi all’interesse dei figli, emette il decreto di omologazione, che ha efficacia di titolo esecutivo (che è uno strumento per la soddisfazione dei diritti previsti dal decreto di omologazione) e deve essere annotato in calce all’atto di matrimonio dall’ufficiale di stato civile. Se il giudice reputa le condizioni stabilite dai coniugi nell’accordo non conformi alle norme del codice e agli interessi dei figli indica le modifiche da apportare all’accordo che, se non vengono recepite, possono comportare il rifiuto dell’omologazione.

(7) – Il tribunale può rifiutare l’omologazione nei soli casi in cui l’accordo intercorso tra i coniugi “relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli” sia in contrasto con l’interesse di questi ultimi: una valutazione di merito a cui il tribunale è espressamente legittimato dal citato art. 158. Sulla natura del decreto di omologazione della separazione, si veda al riguardo Cass. civ. Sez. I, 30-04-2008, n. 10932: “L’accordo di separazione costituisce (pertanto) un “atto essenzialmente negoziale, espressione della capacità dei coniugi di autodeterminarsi responsabilmente”, ponendosi come “uno dei momenti di più significativa emersione della negozialità nel diritto di famiglia” (Cass. n. 17607 del 2003) ove completi riferimenti agli ulteriori precedenti. (…) il decreto in esame è privo dei caratteri della definitività e della decisorietà, poichè incide su diritti soggettivi, senza tuttavìa decidere su di essi e non ha attitudine ad acquistare l’efficacia del giudicato sostanziale. Il decreto “viene emesso nell’ambito di un procedimento di volontaria giurisdizione e si sostanzia in un provvedimento con il quale il tribunale, esercitato positivamente il proprio controllo sull’osservanza del rito e sulla conformità delle clausole convenzionali sottopostegli dai coniugi alle norme imperative che regolano la materia ed all’ordine pubblico, imprime efficacia giuridica all’accordo intervenuto tra le parti” (Cass. n. 3390 del 2001).

Le specifiche condizioni dell’accordo sono modificabili, per circostanze sopravvenute, attraverso il procedimento di cui all’art. 710 c.p.c., richiamato dall’art. 711 c.p.c.; il provvedimento di omologazione è impugnabile con reclamo alla corte di appello ai sensi degli artt. 739 e ss. c.p.c. (Cass. n. 3390 del 2001), ma è anche “revocabile per vizio proprio di legittimità – dovuto a inosservanza di norme processuali o sostanziali -, in base alle “disposizioni comuni ai procedimenti in camera di consiglio”, contenute negli artt. 737-742 bis c.p.c.” (Cass. n. 8712 del 1990).

(8) – Instaurata una separazione giudiziale, questa può essere convertita in separazione consensuale, anche in corso di causa e sino alla pronuncia della sentenza definitiva, ma non è prevista l’ipotesi contraria, per la quale dovrà invece avviarsi un nuovo procedimento.

(9) – Nel caso in cui la separazione sia da ricondurre a comportamenti contrari ai doveri che derivano dal matrimonio da parte di uno dei coniugi, il Giudice, quando richiesto, può dichiarare, all’interno della sentenza di separazione, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione. La pronuncia di addebito comporta degli effetti di ordine economico: al coniuge che sia dichiarato responsabile della separazione non può, infatti, essere attribuito l’assegno di mantenimento ma, se ricorrono i presupposti, gli può solo essere riconosciuto il diritto agli alimenti. Il coniuge cui sia stata addebitata la responsabilità della separazione vede limitati anche i suoi diritti successori nei confronti del patrimonio dell’altro coniuge.

Art. 706 Cod. proc. civ. “Forma della domanda – La domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio, con ricorso che deve contenere l’esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. Il presidente, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data dell’udienza di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve essere tenuta entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto, ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Al ricorso e alla memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi presentate. Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli legittimi, legittimati o adottati da entrambi i coniugi durante il matrimonio”.

Art. 707 Cod. proc. civ. “Comparizione personale delle parti – I coniugi debbono comparire personalmente davanti al presidente con l’assistenza del difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata”.

Art. 708 Cod. proc. civ. “Tentativo di conciliazione e provvedimenti del presidente” – All’udienza di comparizione il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente e poi congiuntamente, tentandone la conciliazione. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere il processo verbale della conciliazione. Se la conciliazione non riesce, il presidente, anche d’ufficio, sentiti i coniugi ed i rispettivi difensori, dà con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi, nomina il giudice istruttore e fissa udienza di comparizione e trattazione davanti a questi. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentiti il ricorrente ed il suo difensore. Contro i provvedimenti di cui al terzo comma si può proporre reclamo con ricorso alla corte d’appello che si pronuncia in camera di consiglio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento”.

Art. 709 Cod. proc. civ. “Notificazione dell’ordinanza e fissazione dell’udienza” – L’ordinanza con la quale il presidente fissa l’udienza di comparizione davanti al giudice istruttore e’ notificata a cura dell’attore al convenuto non comparso, nel termine perentorio stabilito nell’ordinanza stessa, ed e’ comunicata al pubblico ministero. Tra la data dell’ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell’udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all’articolo 163-bis ridotti a metà. Con l’ordinanza il presidente assegna altresi’ termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli articoli 166 e 167, primo e secondo comma, nonche’ per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. L’ordinanza deve contenere l’avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’articolo 167 e che oltre il termine stesso non potranno piu’ essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. I provvedimenti temporanei ed urgenti assunti dal presidente con l’ordinanza di cui al terzo comma dell’articolo 708 possono essere revocati o modificati dal giudice istruttore”.

Art. 709-bis Cod. proc. civ. “Udienza di comparizione e trattazione davanti al giudice istruttore – All’udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, e dal quarto al decimo. Si applica altresi l’articolo 184. Nel caso in cui il processo debba continuare per la richiesta di addebito, per l’affidamento dei figli o per le questioni economiche, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa alla separazione. Avverso tale sentenza è ammesso soltanto appello immediato che è deciso in camera di consiglio”.

Art. 709-ter Cod. proc civ. “Soluzione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni – Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della potestà genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all’articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore. A seguito del ricorso, il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:

1) ammonire il genitore inadempiente;

2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;

3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;

4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende. I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari”.

(10) – Come nel caso della separazione consensuale, anche le condizioni stabilite in sede di separazione giudiziale potranno comunque essere modificate o revocate, qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

(11) – D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127) – ART. 69 Annotazioni – Negli atti di matrimonio si fa annotazione:

a) della trasmissione al ministro di culto della comunicazione dell’avvenuta trascrizione dell’atto di matrimonio da lui celebrato;
b) delle convenzioni matrimoniali, delle relative modificazioni, delle sentenze di omologazione di cui all’articolo 163 del codice civile, delle sentenze di separazione giudiziale dei beni di cui all’articolo 193 del codice civile, e della scelta della legge applicabile ai loro rapporti patrimoniali ai sensi dell’articolo 30, comma 1, della legge 31 maggio 1995, n. 218;
c) dei ricorsi per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, e delle relative pronunce;
d) delle sentenze, anche straniere, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio; di quelle che dichiarano efficace nello Stato la pronuncia straniera di nullità o di scioglimento del matrimonio; di quelle che dichiarano efficace nello Stato la pronuncia dell’autorità’ ecclesiastica di nullità del matrimonio; e di quelle che pronunciano la separazione personale dei coniugi o l’omologazione di quella consensuale;
e) delle sentenze con le quali si pronuncia l’annullamento della trascrizione dell’atto di matrimonio;
f) delle dichiarazioni con le quali i coniugi separati manifestano la loro riconciliazione;
g) delle sentenze dichiarative di assenza o di morte presunta di uno degli sposi e di quelle che dichiarano l’esistenza dello sposo di cui era stata dichiarata la morte presunta o ne accertano la morte;
h) dei provvedimenti che determinano il cambiamento o la modificazione del cognome o del nome o di entrambi e dei provvedimenti di revoca relativi ad uno degli sposi;
i) dei provvedimenti di rettificazione.

(12) Art. 191, cod. civ., copsì come novellato dalla l. 6 maggio 2015, n. 55 “La comunione si scioglie per la dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei coniugi, per l’ annullamento, per lo scioglimento o per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, per la separazione personale, per la separazione giudiziale dei beni, per mutamento convenzionale del regime patrimoniale, per il fallimento di uno dei coniugi.
Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purchè omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione”.