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Nuovi orientamenti della Cassazione sull’assegno divorzile

Per oltre un trentennio i Giudici italiani hanno riconosciuto l’assegno divorzile all’ex coniuge economicamente più debole, per garantirgli lo stesso tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio[1]; quindi, almeno fino al maggio 2017, l’assegno veniva corrisposto da un ex coniuge all’altro, a cadenza periodica, e il diritto al mantenimento del tenore di vita poteva venir meno solo in caso di nuovo matrimonio del beneficiario, del raggiungimento da parte di quest’ultimo di autonomia economica sufficientemente adeguata, oppure se l’obbligato moriva o veniva dichiarato fallito.

Com’è noto, tale orientamento è stato drasticamente ribaltato con la Sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017 (cd. Sentenza “Grilli”), dalla Sezione Prima Civile della Corte di Cassazione, che ha individuato come nuovo parametro per la concessione dell’assegno la non autosufficienza economica.

Secondo tale pronuncia la conservazione del tenore di vita matrimoniale non è più configurabile come un interesse giuridicamente rilevante. L’assegno divorzile, quindi, dovrà avere carattere assistenziale e non verrà riconosciuto nel caso in cui verrà accertata l’indipendenza economica del richiedente,[2] posto che il divorzio “è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà delle persone ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi delle relative conseguenze economiche”.

Questa innovativa pronuncia ha creato non pochi problemi interpretativi, oltre a numerose sentenze (come la nota Berlusconi – Lario), di condanna dell’ex coniuge alla restituzione di quanto percepito a titolo di assegno di mantenimento, nel caso di dimostrata autosufficienza economica.

Per risolvere questi contrasti giurisprudenziali, dovuti ad un cambio drastico di orientamento (che era rimasto granitico per oltre 30 anni), sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione, che l’11 luglio 2018 si sono pronunciate definitivamente con la Sentenza n. 18287.

I Giudici della Corte Suprema hanno precisato come l’assegno divorzile non deve avere né la funzione di garantire il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, né la funzione assistenziale dell’ex coniuge non economicamente autosufficiente ma, piuttosto, una funzione perequativa nel rispetto del principio costituzionale di solidarietà post matrimoniale.

Più nello specifico, la Cassazione ha evidenziato come il presupposto del tenore di vita sia ormai superato, anche da un punto di vista sociale, mentre il criterio della non autosufficienza economica risulta incompleto, non tenendo conto dell’eventuale contributo dell’ex coniuge più debole alla formazione di un patrimonio comune (ad esempio, rinunciando alla carriera per occuparsi della casa e dei figli, e permettendo all’altro coniuge di lavorare a tempo pieno e di accumulare un patrimonio).

Il solo criterio dell’autosufficienza economica, quindi, violerebbe il principio di compensazione dell’ex coniuge economicamente più debole, e il principio di eguaglianza effettiva tra i coniugi.

Pertanto l’assegno divorzile sarà quantificato all’esito di un bilancio dell’impegno e del sacrificio di ciascun coniuge alla conduzione, ed all’accrescimento, del patrimonio familiare, oltre alla durata del matrimonio, all’età dei coniugi e alle loro capacità reddituali. È quindi ipotizzabile che l’ex coniuge, anche benestante, che dimostri però di aver sacrificato significativamente la propria carriera per occuparsi della famiglia, si veda riconosciuto l’assegno divorzile con funzione perequativa e compensativa.

Mentre è possibile che il coniuge non economicamente autosufficiente, che però non dimostri di trovarsi in tale situazione reddituale a causa dell’impegno profuso nella gestione della famiglia e della casa, si veda riconosciuto l’assegno divorzile con funzione però assistenziale ed alimentare.

In poco meno di un anno, dunque, il panorama giurisprudenziale sul tema dell’assegno divorzile è mutato moltissimo, con pronunce estremamente contrastanti che hanno fatto sorgere dubbi interpretativi rilevanti; quello che appare certo è che la giurisprudenza si è ormai orientata nel negare rendite parassitarie a vita, ed è quindi probabile che sia finito il tempo degli assegni “a sei zeri”.

L’ultima pronuncia della Cassazione[3] appare però più logica ed equilibrata rispetto alla Sentenza “Grilli”, in quanto finalizzata anche a tutelare il coniuge che abbia rinunciato alla carriera per il bene della famiglia; situazione, tra l’altro, piuttosto frequente tra le famiglie italiane.

marcopola@npassociati.com

[1] Nel 1990 le Sezioni Unite con le sentenze n. 11490 e 11492 riconoscevano il diritto all’assegno di divorzio prendendo come parametro di riferimento il “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio

 

[2] Per verificare quest’ultimo requisito, l’Ordinanza del 22 maggio 2017 del Tribunale di Milano ha utilizzato, in via non esclusiva, la soglia di ammissione al patrocinio a spese dello Stato: qualora il richiedente l’assegno divorzile dovesse godere di un reddito superiore ad € 11.528,41 risulterebbe economicamente indipendente o quantomeno potenzialmente autosufficiente.

 

[3] Risulta anche più conforme ed in linea con il testo di legge, dal momento che l’art. 5 della legge n. 898/70 (Legge sul divorzio) prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni obiettive, tenendo conto delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.